Un cortile alla Garbatella, il caldo di fine giugno e la voglia, urgente, di tornare a parlare di architettura. Così è iniziato il primo appuntamento dei Dialoghi Estivi ROMAR, lo scorso 24 giugno, in un clima informale ma vibrante, tra giovani professionisti, progetti e idee in divenire. Non una conferenza, non un comizio, ma un momento autentico di confronto, di quelli che raramente accadono nel nostro mestiere.
Sei voci della nuova generazione architettonica si sono alternate sul tema “Ritorno al futuro”, a immaginare, e in parte già costruire, un’altra idea di professione.
Una professione più consapevole, radicata nella realtà, ma capace di visione. C’è chi, come Domenico Faraco (Peluffo&Partners), ha ricordato che l’architettura è, innanzitutto, un atto politico. E che oggi più che mai serve tornare a progettare con la comunità, per la polis. Chi, come Eljor Kerciku (Diele Kerciku Architetture), ha sottolineato l’urgenza di ripensare l’approccio stesso alla complessità progettuale, «siamo tecnici e umanisti insieme. Se lo capiamo davvero, possiamo generare valore.
Ma serve partire dal brief, dalla costruzione del programma, prima ancora che dalle soluzioni». Simone Capra (Startt) ha accolto con entusiasmo l’invito al dialogo, «finalmente uno spazio per proporre, non solo per ascoltare» e ha rilanciato con proposte concrete: vademecum per affrontare i diversi mercati, costruzione del brand “architetti romani”, trasparenza e spirito collaborativo come leve per tornare a essere competitivi. Maddalena Paolillo, voce della pubblica amministrazione (Funzionario Pantheon e Castel Sant’Angelo), ha invocato una nuova alleanza con i liberi professionisti, fondata sulla qualità dei processi e sulla responsabilità reciproca. Luisa Parisi (Platform Architecture and Design) ha invece raccontato l’energia dei giovani architetti che stanno trasformando Roma dal basso, progetto dopo progetto, cantiere dopo cantiere.
Una generazione che sperimenta e innova, cercando spazi di ascolto e confronto.E lo spazio ROMAR vuole essere proprio questo: un luogo aperto, un catalizzatore di dialogo e trasformazione. Lo hanno raccontato con passione Roberto Grio e Barbara Cardone, promotori del progetto nato in vista delle prossime elezioni dell’Ordine degli Architetti di Roma. «ROMAR è un’alleanza tra generazioni e competenze – ha detto Grio – per rimettere al centro l’architetto, ridargli voce nei processi urbani e forza nel dibattito pubblico». «Promuoviamo la cultura del progetto e un dialogo trasparente con imprese e istituzioni – ha aggiunto Cardone –. Vogliamo costruire un osservatorio permanente sulla qualità, formare, innovare, fare sistema».
Il primo Dialogo Estivo di ROMAR ha mostrato così che l’architettura può ancora essere un gestocollettivo, un atto di responsabilità e di visione. Nessun proclama, ma tante voci che si sono incontrate, riconoscendosi nella volontà di rimettere al centro il progetto, le competenze, e soprattutto le persone. Non è mancato il senso critico, né la consapevolezza delle difficoltà che oggi attraversano la professione. Ma ciò che ha fatto davvero la differenza è stata l’energia: quella di chi non si limita a denunciare lo stato delle cose, ma sceglie di immaginare un futuro diverso, e di costruirlo, passo dopo passo, dialogo dopo dialogo.
ROMAR parte da qui: da un’architettura che non si chiude in se stessa, ma torna ad abitare la città con coraggio e apertura. Da una comunità che si riconosce nella diversità delle esperienze e nella volontà di contaminarsi. Perché Roma ha bisogno di architetti che non abbiano paura di esporsi, di proporre, di cambiare. E di farlo insieme.